Visualizzazione post con etichetta l'Espresso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta l'Espresso. Mostra tutti i post
venerdì 31 agosto 2012
Lunedì tutti malati
Numero medio annuo delle giornate di malattia per ciascun lavoratore, per settore, territorio e genere, anno 2011: cliccare per ingrandire
di Corrado Giustiniani
Scettici sullo stress da weekend? E invece è vero: il giorno in cui gli italiani si ammalano più di frequente è il lunedì.
Convinti che nel privato si facciano meno assenze? Falso: i giorni passati a casa per malattia sono in media 17 l’anno per chi lavora in ditta, un giorno abbondante in meno per i dipendenti pubblici. E la regione con la peggior salute collettiva? È la Calabria, visto che lì i dipendenti privati si ammalano per 24 giorni e mezzo a testa e i pubblici sfiorano i 20 giorni. Un record.
Queste e molte altre informazioni ancora sono il risultato del nuovo sistema di notifica via computer all’Inps dei certificati malattia. «Siamo l’unico paese d’Europa che ha la teletrasmissione dei dati di malattia e che accentra tutte le informazioni presso un unico Istituto», dice orgoglioso il presidente Antonio Mastrapasqua. È un’autentica rivoluzione quella partita con gli 11 milioni e 714 mila certificati medici trasmessi nel 2011 per il settore privato e con i 4 milioni e 705 mila giunti per il comparto pubblico: «La teletrasmissione», spiega Mastrapasqua, «fa risparmiare tempo e denaro e consente di contrastare le finte malattie. Ma ha anche un ruolo di prevenzione, perché fotografa lo scenario della salute sul posto di lavoro, la ripetitività di certe affezioni per tipologia di azienda e per zona geografica. Il caso dell’Ilva oggi, e tanti altri in passato, ci ricordano come tutto ciò sia di vitale importanza». Per questo il presidente non maschera la sua delusione: «Quello che stupisce è che nessuno fino ad oggi ci abbia ancora interpellato per studiare questa straordinaria messe di informazioni. Non il ministero della Salute, non le Regioni che quella competenza hanno come primaria, non le organizzazioni degli imprenditori, come Confindustria e Confcommercio, non chi si occupa di medicina del lavoro».
Etichette:
Corrado Giustiniani,
l'Espresso,
Lavoro,
Politica
domenica 22 luglio 2012
IL FUTURO sarà verticale
Rendering di “Archipelago 21”, i grattacieli progettati da Libeskind a Seul, in Corea.
Costruire sempre più in alto.
Per consumare meno terreno e far spostare di meno le persone. La sfida hi-tech urbana del XXI secolo.
di Alessandra Viola (L'Espresso)
Grattacieli come ghiaccioli, come alberi, perfino come discariche. C’è di che farsi girare la testa, a guardare i progetti hi-tech che gli architetti di tutto il mondo hanno sfornato negli ultimi mesi. L’ultima occasione è la Skyscraper competition, la sfida per il grattacielo più innovativo.
Quest’anno l’idea vincente (ma per ora è solo una proposta accademica) si chiama Himalaya Water Tower e viene dalla Cina: immagina la costruzione di edifici alti ottocento metri addirittura sull’Himalaya per raccogliere acqua durante la stagione delle piogge purificandola e surgelandola in modo da poterla ridistribuire a valle nei periodi di siccità (sempre più severi a causa dei cambiamenti climatici). Ogni Water Tower si compone di quattro parti e somiglia a una pianta gigante, sorretta da sei tentacoli portanti ricoperti da un microfilm di cellule vegetali, che raccolgono l’acqua piovana e la trasportano verso l’alto. La parte superiore di ogni torre sarebbe composta da quattro cilindri dove l’acqua viene conservata sotto forma di ghiaccio e tra questa e la parte inferiore si trova una zona intermedia che ospita la tecnologia utile per la purificazione e il surgelamento.
Tra i sogni più arditi del 2012 c’è anche Monument to Civilization, grattacielo-discarica in cui si potrebbero raccogliere tutti i rifiuti cittadini per produrre biogas tramite un impianto di digestione anaerobica riprocessando in più le acque reflue, ma anche per elevare un monito alla civiltà dei consumi.
Ogni grattacielo, di altezza variabile a seconda della quantità di rifiuti prodotti, rappresenterebbe (all’inverso) il livello di civiltà della città in cui sorge: per fare un esempio, a New York la spazzatura prodotta in un anno eleverebbe una torre alta 1.300 metri.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti e soprattutto per ogni uso possibile, partendo dalla questione cardine che ormai da anni anima i dibattiti sulla pianificazione urbanistica: com’è possibile sostenere il continuo inurbamento e l’aumento della popolazione mondiale senza costruire città mostruose, estese per centinaia di chilometri quadrati e di fatto impossibili da vivere? In molti scommettono sull’altezza: tutto andrà verticalizzato, creando più spazio per case, negozi e uffici e meno necessità di spostarsi freneticamente da una parte all’altra.
E il concetto non appartiene solo ai grattacieli “dream” ma anche a quelli già in costruzione come The Shard, il nuovo lavoro di Renzo Piano per Londra: una sorta di piccola città nella città con uffici, abitazioni, hotel, ristoranti, persino un giardino e un punto panoramico per complessivi 72 piani che verranno abitati da circa quindicimila persone.
Costruire sempre più in alto.
Per consumare meno terreno e far spostare di meno le persone. La sfida hi-tech urbana del XXI secolo.
di Alessandra Viola (L'Espresso)
Grattacieli come ghiaccioli, come alberi, perfino come discariche. C’è di che farsi girare la testa, a guardare i progetti hi-tech che gli architetti di tutto il mondo hanno sfornato negli ultimi mesi. L’ultima occasione è la Skyscraper competition, la sfida per il grattacielo più innovativo.
Quest’anno l’idea vincente (ma per ora è solo una proposta accademica) si chiama Himalaya Water Tower e viene dalla Cina: immagina la costruzione di edifici alti ottocento metri addirittura sull’Himalaya per raccogliere acqua durante la stagione delle piogge purificandola e surgelandola in modo da poterla ridistribuire a valle nei periodi di siccità (sempre più severi a causa dei cambiamenti climatici). Ogni Water Tower si compone di quattro parti e somiglia a una pianta gigante, sorretta da sei tentacoli portanti ricoperti da un microfilm di cellule vegetali, che raccolgono l’acqua piovana e la trasportano verso l’alto. La parte superiore di ogni torre sarebbe composta da quattro cilindri dove l’acqua viene conservata sotto forma di ghiaccio e tra questa e la parte inferiore si trova una zona intermedia che ospita la tecnologia utile per la purificazione e il surgelamento.
Tra i sogni più arditi del 2012 c’è anche Monument to Civilization, grattacielo-discarica in cui si potrebbero raccogliere tutti i rifiuti cittadini per produrre biogas tramite un impianto di digestione anaerobica riprocessando in più le acque reflue, ma anche per elevare un monito alla civiltà dei consumi.
Ogni grattacielo, di altezza variabile a seconda della quantità di rifiuti prodotti, rappresenterebbe (all’inverso) il livello di civiltà della città in cui sorge: per fare un esempio, a New York la spazzatura prodotta in un anno eleverebbe una torre alta 1.300 metri.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti e soprattutto per ogni uso possibile, partendo dalla questione cardine che ormai da anni anima i dibattiti sulla pianificazione urbanistica: com’è possibile sostenere il continuo inurbamento e l’aumento della popolazione mondiale senza costruire città mostruose, estese per centinaia di chilometri quadrati e di fatto impossibili da vivere? In molti scommettono sull’altezza: tutto andrà verticalizzato, creando più spazio per case, negozi e uffici e meno necessità di spostarsi freneticamente da una parte all’altra.
E il concetto non appartiene solo ai grattacieli “dream” ma anche a quelli già in costruzione come The Shard, il nuovo lavoro di Renzo Piano per Londra: una sorta di piccola città nella città con uffici, abitazioni, hotel, ristoranti, persino un giardino e un punto panoramico per complessivi 72 piani che verranno abitati da circa quindicimila persone.
Etichette:
Alessandra Viola,
Architettura,
l'Espresso,
Renzo Piano
sabato 21 luglio 2012
Ercolano, la salva l'Americano
Ercolano: vestibolo delle terme
Davanti alla fontana di Ercole, Hans, un giovanottone di Brema alto quasi due metri, scarica sulla sua testa la minerale comprata all’ingresso dell’area archeologica. «Questa fontana era stata costruita proprio per ristorare chi passava da qui» dice divertito Luca, la sua guida, davanti al faccione del figlio di Giove, che come duemila anni fa continua a guardare verso il mare ma non sputa più acqua dalla bocca. Diventerebbe una tappa forzata, in uno dei giorni più caldi degli ultimi cinquant’anni. Ercole contro Minosse, la forza contro il grande caldo che ha arroventato l’Italia. Ma che sembra non scoraggiare i turisti: a metà settimana, agli scavi di Ercolano c’è il pienone.
Più della media, che pure porta qui quasi 300 mila visitatori all’anno tra gli oltre 41 mila ettari di rovine sepolte dall’eruzione del Vesuvio in una notte d’estate del 79 dopo Cristo. «A Pompei c’è stato uno sciopero del personale e molti tour operator hanno dirottato qui i loro clienti», ci spiegano lungo il Decumano Massimo, da un anno restituito per intero alla comunità. Ma non è solo per quello. L’eruzione che ricoprì Pompei di cenere e lapilli, investì in pieno la ricca Herculaneum che sorge proprio alle pendici del Vulcano: lava e fango bollente penetrarono ovunque diventando roccia tufacea. Per questo, a differenza di buona parte dei siti archeologici nel mondo, chi visita Ercolano sa di trovare anche travi di legno e arredi originali, così come il magma li aveva ricoperti duemila anni fa. Allo stesso modo, molti edifici sono rimasti a due o più piani in altezza. Il più suggestivo è Villa dei Papiri, appartenuta al suocero di Giulio Cesare, Lucio Calpurnio Pisone, dove fu ritrovata una ricca biblioteca di quasi 2000 rotoli di papiro carbonizzati. Paul Getty, il magnate del petrolio, se ne innamorò a tal punto da farsela riprodurre, nel 1968, sulla collina di Santa Monica, in California, dove oggi ha sede il Getty Museum.
Pompei ed Ercolano, vittime gemelle del Vesuvio, adesso conoscono destini diversi. Hans e i suoi compagni di viaggio non trovano cani randagi lungo la loro passeggiata tra i resti di Hercolaneum. Niente infiltrazioni nelle domus, né crolli. Nemmeno una foto ricordo davanti alle macerie, non quelle del cataclisma ma quelle dell’incuria burocratica, che sono oggi l’ultima attrattiva di Pompei. Ci sono toilette pulite, informazioni chiare, personale cortese. Eppure appena dodici anni fa, Ercolano era in condizioni disastrose. Diverse case erano puntellate, molte strade non erano accessibili. Là dove non era riuscito il vulcano stava arrivando la miopia delle istituzioni. Cronache di un altro millennio.Perché la svolta arriva proprio nel 2000. David W. Packard, l’erede dell’impero informatico di Palo Alto, confida al suo amico archeologo Andrew Wallace-Hadrill, l’ex direttore della British School di Roma, l’interesse a finanziare la conservazione di un monumento in Italia. Non è un’idea di marketing per promuovere stampanti e software. Packard ha sessant’anni, ed era passato a occuparsi dell’azienda di famiglia dopo gli studi classici e dopo aver insegnato filologia alla Ucla, l’Università della California. Ma la passione è rimasta intatta. Attraverso la sua fondazione, la Packard Humanities Institute, digitalizza la letteratura latina e greca. E sente che è arrivato il momento di puntare sull’archeologia, il suo primo amore.
Davanti alla fontana di Ercole, Hans, un giovanottone di Brema alto quasi due metri, scarica sulla sua testa la minerale comprata all’ingresso dell’area archeologica. «Questa fontana era stata costruita proprio per ristorare chi passava da qui» dice divertito Luca, la sua guida, davanti al faccione del figlio di Giove, che come duemila anni fa continua a guardare verso il mare ma non sputa più acqua dalla bocca. Diventerebbe una tappa forzata, in uno dei giorni più caldi degli ultimi cinquant’anni. Ercole contro Minosse, la forza contro il grande caldo che ha arroventato l’Italia. Ma che sembra non scoraggiare i turisti: a metà settimana, agli scavi di Ercolano c’è il pienone.
Più della media, che pure porta qui quasi 300 mila visitatori all’anno tra gli oltre 41 mila ettari di rovine sepolte dall’eruzione del Vesuvio in una notte d’estate del 79 dopo Cristo. «A Pompei c’è stato uno sciopero del personale e molti tour operator hanno dirottato qui i loro clienti», ci spiegano lungo il Decumano Massimo, da un anno restituito per intero alla comunità. Ma non è solo per quello. L’eruzione che ricoprì Pompei di cenere e lapilli, investì in pieno la ricca Herculaneum che sorge proprio alle pendici del Vulcano: lava e fango bollente penetrarono ovunque diventando roccia tufacea. Per questo, a differenza di buona parte dei siti archeologici nel mondo, chi visita Ercolano sa di trovare anche travi di legno e arredi originali, così come il magma li aveva ricoperti duemila anni fa. Allo stesso modo, molti edifici sono rimasti a due o più piani in altezza. Il più suggestivo è Villa dei Papiri, appartenuta al suocero di Giulio Cesare, Lucio Calpurnio Pisone, dove fu ritrovata una ricca biblioteca di quasi 2000 rotoli di papiro carbonizzati. Paul Getty, il magnate del petrolio, se ne innamorò a tal punto da farsela riprodurre, nel 1968, sulla collina di Santa Monica, in California, dove oggi ha sede il Getty Museum.
Pompei ed Ercolano, vittime gemelle del Vesuvio, adesso conoscono destini diversi. Hans e i suoi compagni di viaggio non trovano cani randagi lungo la loro passeggiata tra i resti di Hercolaneum. Niente infiltrazioni nelle domus, né crolli. Nemmeno una foto ricordo davanti alle macerie, non quelle del cataclisma ma quelle dell’incuria burocratica, che sono oggi l’ultima attrattiva di Pompei. Ci sono toilette pulite, informazioni chiare, personale cortese. Eppure appena dodici anni fa, Ercolano era in condizioni disastrose. Diverse case erano puntellate, molte strade non erano accessibili. Là dove non era riuscito il vulcano stava arrivando la miopia delle istituzioni. Cronache di un altro millennio.Perché la svolta arriva proprio nel 2000. David W. Packard, l’erede dell’impero informatico di Palo Alto, confida al suo amico archeologo Andrew Wallace-Hadrill, l’ex direttore della British School di Roma, l’interesse a finanziare la conservazione di un monumento in Italia. Non è un’idea di marketing per promuovere stampanti e software. Packard ha sessant’anni, ed era passato a occuparsi dell’azienda di famiglia dopo gli studi classici e dopo aver insegnato filologia alla Ucla, l’Università della California. Ma la passione è rimasta intatta. Attraverso la sua fondazione, la Packard Humanities Institute, digitalizza la letteratura latina e greca. E sente che è arrivato il momento di puntare sull’archeologia, il suo primo amore.
sabato 9 giugno 2012
"I biscotti non sono tutti uguali"
Di Marco Travaglio
Il 22 giugno 2004, allo stadio di Oporto, Danimarca e Svezia disputano il quarto di finale degli europei di calcio in Portogallo. Se una delle due vince, passa il turno con l’Italia di Trapattoni. Se invece pareggiano, si qualificano entrambe e l’Italia torna a casa. Alla vigilia il portiere della Nazionale azzurra avverte: «Se fanno davvero 2-2, altro che Ufficio inchieste: direttamente le teste di cuoio in campo ci vogliono!». Quella sera, sugli spalti di Oporto, le due tifoserie srotolano striscioni beffardi: “2-2 e ciao Italia”.
In campo i calciatori scherzano sul pareggio annunciato e sugli italiani che sospettano il “biscotto”. Finisce puntualmente 2-2, dopo una partita molto combattuta, risolta però all’ultimo minuto con il gol dello svedese Jonson favorito da una mezza papera del portiere danese Sorensen. Seguono quattro minuti di melina, prima del fischio finale dell’arbitro. Le due squadre vanno in semifinale, gli azzurri sono eliminati.
Del Piero alla fine non vuol fare polemiche: «Non cerchiamo scuse». Anche Trapattoni, subito esonerato, dice: «Non voglio credere a una combine».
Ma gli altri azzurri, da Panucci a Zambrotta, da Pirlo a Cannavaro, fremono di sdegno e sparano a zero sui colleghi scandinavi e il loro “biscotto” ammazza-Italia. Il più indignato è sempre il portiere: «Il 2-2 è uno schifo, uno scandalo a livello mondiale. Ha perso soprattutto lo sport. Provo vergogna, ma non per noi: per gli svedesi e i danesi. L’hanno fatta proprio sporca. E pensare che il calcio, non essendo solo soldi e business, dovrebbe dare insegnamenti ed esempi. Ma dopo questo pareggio che cosa penseranno i giovani? Che è giusto mettersi d’accordo anche a 13 anni per vincere la coppa della parrocchia».
Etichette:
Gianluigi Buffon,
l'Espresso,
Marco Travaglio,
Sport
sabato 24 marzo 2012
Sant'Anna di Leonardo al Louvre
Cliccare per ingrandire
L'opera "Sant'Anna, la Vergine e il Bambino", alla quale Leonardo dedicò gli ultimi vent'anni della propria vita, è appena stata restaurata, tra tante polemiche sui colori e perfino delle dimissioni di protesta. Dopo aver attirato folle di visitatori nella Firenze del 1501 già con il primo cartone realizzato, sarà in mostra al Louvre dal 29 marzo al 25 giugno.
“Le Baiser”, 1927 - Max Ernst
Cliccare per ingrandire
[...] L’iconografia della “Sant’Anna Trinitaria”, come veniva definita, era per i pittori dell’epoca una formula fisica da risolvere. Tre persone: la Vergine Maria, sua madre Anna e suo figlio Gesù, difficili da gerarchizzare e difficili da riunire in uno schema che non fosse rigidamente geometrico.Tipo: un corpo accanto all’altro in formula orizzontale; un corpo dietro l’altro in formula verticale; un corpo sotto l’altro in formula piramidale.Leonardo invece cercava la morbidezza di una sfera, la fusione con la natura, l’allegoria del ciclo della vita attraverso il passaggio generazionale, la monumentalità dinamica che si avvolge e cresce intorno a un centro. Ecco cosa videro i fiorentini in fila. Qualcosa che non avevano mai visto prima, tre corpi fusi in un unico organismo, che ruota e si muove al centro di un disegno. E ancora non avevano visto niente. Perché l’opera conservata al Louvre, rispetto al cartone di Londra, è un salto evolutivo nel linguaggio, una mistica e surreale fusione che suggerisce a Max Ernst il “d’après” dove è tutto detto.Ci sarà anche lui, “Le Baiser” del 1927, omaggio del Surrealista Ernst alla Matriarcale e Santa Famiglia, nella grande mostra che il Louvre sta per dedicare a tanto immortale dipinto: “Sant’Anna, l’ultimo capolavoro di Leonardo da Vinci”. Lì vedremo tutto: la fatica e la ricerca dell’artista, le opere che precedono l’intuizione (dalla “Madonna del gatto” del British Museum alla “Vergine delle Rocce”), l’attenzione dei suoi contemporanei come Raffaello e Michelangelo e quella dei posteri che non lo abbandonerà mai. [...] (Alessandra Mammì, l'Espresso 23 marzo 2012)
Etichette:
Alessandra Mammì,
Arte,
l'Espresso,
Leonardo Da Vinci,
Louvre,
Max Ernst
venerdì 23 marzo 2012
"Appartamenti vista lava"
Foto: G. Carotenuto, M. Frassineti
Caldoro vara la deregulation. Più cubature sotto il Vesuvio. E sulla costiera amalfitana
DI PAOLO BIONDANI
Più cemento per tutti. Perfino nella “zona rossa” a massimo rischio di catastrofiche eruzioni del Vesuvio. E meno limiti alle speculazioni edilizie in tutta la Campania. Compresi i paesi-gioiello della Costiera Amalfitana, i pochi finora risparmiati dal saccheggio sistematico del territorio.
La giunta regionale della Campania ha varato il primo marzo scorso una grande riforma della pianificazione urbanistica che, secondo autorevoli esperti, rappresenta «il più grave stravolgimento mai tentato» delle norme destinate a difendere ciò che resta di uno dei paesaggi più belli del mondo. Il disegno di legge-cornice, approvato dall’esecutivo di centrodestra presieduto dall’ex socialista Stefano Caldoro e sostenuto anche dai fedelissimi dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, ha un titolo rassicurante: “Norme in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio in Campania”.
Nei primi 14 articoli, la giunta proclama di voler finalmente applicare anche in Campania la “Convenzione europea del Paesaggio”, firmata a Firenze nel 2000 e ratificata dall’Italia nel 2006, tre anni dopo l’utimo condono edilizio berlusconiano. Il problema è che l’articolo 15, che chiude la riforma con una raffica di «abrogazioni», rade al suolo sei leggi urbanistiche e ne stravolge altre due. Il diavolo si nasconde in dettagli come questo: nella «legge numero 21 del 2003», recita la riforma, bisogna «sostituire le parole “incrementi di edificazione” con “nuova edificazione” ». Cosa significa? «Vuol dire che cadono i vincoli perfino nei 18 Comuni ad “alto rischio vulcanico”, quelli più vicini al Vesuvio», spiega uno dei primi giuristi che si sono accorti del trucco, Carlo Iannello, professore di diritto pubblico all’università di Napoli e neo- consigliere comunale con la lista De Magistris.
Caldoro vara la deregulation. Più cubature sotto il Vesuvio. E sulla costiera amalfitana
DI PAOLO BIONDANI
Più cemento per tutti. Perfino nella “zona rossa” a massimo rischio di catastrofiche eruzioni del Vesuvio. E meno limiti alle speculazioni edilizie in tutta la Campania. Compresi i paesi-gioiello della Costiera Amalfitana, i pochi finora risparmiati dal saccheggio sistematico del territorio.
La giunta regionale della Campania ha varato il primo marzo scorso una grande riforma della pianificazione urbanistica che, secondo autorevoli esperti, rappresenta «il più grave stravolgimento mai tentato» delle norme destinate a difendere ciò che resta di uno dei paesaggi più belli del mondo. Il disegno di legge-cornice, approvato dall’esecutivo di centrodestra presieduto dall’ex socialista Stefano Caldoro e sostenuto anche dai fedelissimi dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, ha un titolo rassicurante: “Norme in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio in Campania”.
Nei primi 14 articoli, la giunta proclama di voler finalmente applicare anche in Campania la “Convenzione europea del Paesaggio”, firmata a Firenze nel 2000 e ratificata dall’Italia nel 2006, tre anni dopo l’utimo condono edilizio berlusconiano. Il problema è che l’articolo 15, che chiude la riforma con una raffica di «abrogazioni», rade al suolo sei leggi urbanistiche e ne stravolge altre due. Il diavolo si nasconde in dettagli come questo: nella «legge numero 21 del 2003», recita la riforma, bisogna «sostituire le parole “incrementi di edificazione” con “nuova edificazione” ». Cosa significa? «Vuol dire che cadono i vincoli perfino nei 18 Comuni ad “alto rischio vulcanico”, quelli più vicini al Vesuvio», spiega uno dei primi giuristi che si sono accorti del trucco, Carlo Iannello, professore di diritto pubblico all’università di Napoli e neo- consigliere comunale con la lista De Magistris.
Etichette:
Ambiente,
Campania,
Carlo Iannello,
Edoardo Salzano,
l'Espresso,
Napoli,
Nino Daniele,
Paolo Biondani,
PDL,
Politica,
Stefano Caldoro,
Vittorio Emiliani
domenica 11 marzo 2012
Vista potenziata
Per questi effetti visivi speciali, gli ingegneri americani, capitanati da Babak
Parviz, hanno utilizzato tecniche in nanoscala, applicando un microchip ad una normale lente flessibile. I circuiti elettronici sono costituiti da un nanostrato di metallo posto su un substrato organico per poter essere comodamente inseriti all’interno dell’occhio. «Guardando attraverso queste lenti, che non comportano alcun rischio per la cornea, è possibile vedere ciò che i circuiti interni stanno generando, sovrapposto alle immagini del mondo esterno», spiega Parviz. Nel futuro sarà possibile produrre lenti con molti più pixel incorporando un testo prestabilito. Il circuito, appunto, non influisce sulla normale visione: c’è spazio a sufficienza perché l’occhio continui a svolgere il suo normale lavoro. (Fonte: l'Espresso)
La stessa università, in collaborazione con la Microsoft, sta sviluppando le “Functional Contact Lens”. Per approfondimenti: QUI, QUI
domenica 4 marzo 2012
"Quattro consigli per salvare l'euro"
di Alberto Alesina
È stata un fallimento la moneta unica? Oppure le difficoltà dell’euro sono passeggere e l’unione monetaria rimane un’ottima idea?
Per dare risposte intelligenti a queste domande la prima cosa da fare è evitare gli slogan: ne abbiamo sentiti tanti fin dalla nascita dell’euro. Prima di tutto i proclami di quegli europeisti ingenui e irritanti secondo cui qualunque passo verso più integrazione in Europa, con più Paesi possibile, era sempre e comunque una meraviglia. Dall’unificazione dei regolamenti sulla pesca all’agenda di Lisbona, alla moneta unica, alla Costituzione europea con centinaia di articoli dettagliatissimi cui 27 o più Paesi dovevano tutti aderire.
GRAN PARTE DI TUTTO CIÒ (a cominciare dalla fallita Costituzione europea) era solo retorica, quasi innocua, a parte per la perdita di tempo. L’euro, invece, è ben più di retorica. Secondo questa logica, l’euro aveva quindi soprattutto un significato politico e rappresentava un passo necessario verso gli Stati Uniti d’Europa.
Le considerazioni economiche erano giudicate secondarie tanto che questo atteggiamento ha portato a sorvolare su aspetti importanti.
Degli slogan si è abusato anche sul fronte opposto. Per esempio, quando si dice che tutti i mali dell’Italia, dal prezzo del caffè nei bar, alla crescita asfittica, alla disoccupazione giovanile, all’immigrazione clandestina, sarebbero colpa dell’euro, fonte massima di tutti i mali.
Non sarebbe colpa di questo o quel governo o di sindacati conservatori, di imprenditori che non innovano, di evasori incalliti, di lobby potenti. No, se le cose in Italia vanno male, è tutta colpa dell’euro: se solo avessimo la nostra vecchia lira da svalutare saremmo in paradiso.
È stata un fallimento la moneta unica? Oppure le difficoltà dell’euro sono passeggere e l’unione monetaria rimane un’ottima idea?
Per dare risposte intelligenti a queste domande la prima cosa da fare è evitare gli slogan: ne abbiamo sentiti tanti fin dalla nascita dell’euro. Prima di tutto i proclami di quegli europeisti ingenui e irritanti secondo cui qualunque passo verso più integrazione in Europa, con più Paesi possibile, era sempre e comunque una meraviglia. Dall’unificazione dei regolamenti sulla pesca all’agenda di Lisbona, alla moneta unica, alla Costituzione europea con centinaia di articoli dettagliatissimi cui 27 o più Paesi dovevano tutti aderire.
GRAN PARTE DI TUTTO CIÒ (a cominciare dalla fallita Costituzione europea) era solo retorica, quasi innocua, a parte per la perdita di tempo. L’euro, invece, è ben più di retorica. Secondo questa logica, l’euro aveva quindi soprattutto un significato politico e rappresentava un passo necessario verso gli Stati Uniti d’Europa.
Le considerazioni economiche erano giudicate secondarie tanto che questo atteggiamento ha portato a sorvolare su aspetti importanti.
Degli slogan si è abusato anche sul fronte opposto. Per esempio, quando si dice che tutti i mali dell’Italia, dal prezzo del caffè nei bar, alla crescita asfittica, alla disoccupazione giovanile, all’immigrazione clandestina, sarebbero colpa dell’euro, fonte massima di tutti i mali.
Non sarebbe colpa di questo o quel governo o di sindacati conservatori, di imprenditori che non innovano, di evasori incalliti, di lobby potenti. No, se le cose in Italia vanno male, è tutta colpa dell’euro: se solo avessimo la nostra vecchia lira da svalutare saremmo in paradiso.
Etichette:
Alberto Alesina,
BCE,
Economia,
l'Espresso,
Politica
sabato 3 marzo 2012
Ludwig “Luz” Long. Chi ha ucciso il campione.
Foto GettyImages
Ludwig Long, a sinistra, con Jesse Owens ai Giochi di Berlino 1936
Chi ha ucciso il campione
di Gianluca Di Feo
Su come sia morto manca la certezza, perché pochissimi degli uomini che combatterono al suo fianco sono sopravvissuti: gli altri furono uccisi in combattimento o massacrati senza pietà dopo la resa dai soldati americani il 14 luglio 1943. E anche il suo nome è incluso in quell’elenco di italiani e tedeschi dati per dispersi ma in gran parte ammazzati a freddo dai fanti statunitensi, che avevano eseguito alla lettera l’appello del generale Patton a «non fare prigionieri». Così per la prima volta comincia a chiarirsi il mistero sulla fine di Ludwig “Luz” Long, l’atleta tedesco diventato il simbolo universale della sportività.
Nelle Olimpiadi di Berlino del 1936 Long, biondo e ariano, sfidò il nero Jesse Owens nel salto in lungo. Il suo rivale aveva già fallito due salti: un altro errore e l’oro sarebbe stato certo. Invece il tedesco andò dall’avversario e gli suggerì di anticipare lo stacco: consiglio accolto dall’americano con una prestazione da primato. Davanti allo sguardo infuriato di Adolf Hiltler, il saltatore biondo fu il primo ad abbracciare il vincitore e congratularsi con lui: immagini che ancora oggi in tutto il mondo incarnano lo spirito di De Coubertin. Luz e Jesse diventarono amici ma il tedesco pagò a caro prezzo il suo fair play: allo scoppio della guerra fu mandato al fronte senza riguardi e morì in Sicilia.
Ludwig Long, a sinistra, con Jesse Owens ai Giochi di Berlino 1936
Chi ha ucciso il campione
di Gianluca Di Feo
Su come sia morto manca la certezza, perché pochissimi degli uomini che combatterono al suo fianco sono sopravvissuti: gli altri furono uccisi in combattimento o massacrati senza pietà dopo la resa dai soldati americani il 14 luglio 1943. E anche il suo nome è incluso in quell’elenco di italiani e tedeschi dati per dispersi ma in gran parte ammazzati a freddo dai fanti statunitensi, che avevano eseguito alla lettera l’appello del generale Patton a «non fare prigionieri». Così per la prima volta comincia a chiarirsi il mistero sulla fine di Ludwig “Luz” Long, l’atleta tedesco diventato il simbolo universale della sportività.
Nelle Olimpiadi di Berlino del 1936 Long, biondo e ariano, sfidò il nero Jesse Owens nel salto in lungo. Il suo rivale aveva già fallito due salti: un altro errore e l’oro sarebbe stato certo. Invece il tedesco andò dall’avversario e gli suggerì di anticipare lo stacco: consiglio accolto dall’americano con una prestazione da primato. Davanti allo sguardo infuriato di Adolf Hiltler, il saltatore biondo fu il primo ad abbracciare il vincitore e congratularsi con lui: immagini che ancora oggi in tutto il mondo incarnano lo spirito di De Coubertin. Luz e Jesse diventarono amici ma il tedesco pagò a caro prezzo il suo fair play: allo scoppio della guerra fu mandato al fronte senza riguardi e morì in Sicilia.
Etichette:
Andrea Augello,
Gianluca Di Feo,
Giuseppe Giannola,
l'Espresso,
Ludwig Long,
Politica,
Sergio Stauble,
Società,
Sport
martedì 28 febbraio 2012
Mediobanca connection
venerdì 24 febbraio 2012
"Il vero contagio è quello politico"
Il default greco è solo rimandato. Ma l’effetto domino è sui partiti: ad Atene sono favorite la destra, colpevole del dissesto, e l’estrema sinistra. Chi si comporta in modo responsabile, come il Pasok, perde le elezioni
di Luigi Zingales
Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa - scrive Shakespeare - anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo. Ma i paesi dell’area euro non sembrano essere d’accordo. Per loro un default della Grecia ha conseguenze molto diverse se si chiama “ristrutturazione volontaria”.
Con default si intende il mancato pagamento di un debito. Già due anni fa, dopo la rivelazione che i suoi conti pubblici erano truccati, la Grecia era in procinto di fare default. Per ben due anni, però, i Paesi dell’area euro hanno cercato di nascondere la realtà. Non per ignoranza, ma per paura delle conseguenze. Il primo timore è che le banche greche, che prendono a prestito dalla Banca centrale europea (Bce) depositando come garanzia i titoli di Stato greci, vengano tagliate fuori dall’accesso alla Bce nel momento in cui questi titoli sono considerati ufficialmente in default. Nel qual caso le banche greche, prive di liquidità, non sarebbero in grado di operare senza aiuti da parte dell’Unione europea. Lasciarle fallire peggiorerebbe ulteriormente la situazione economica della Grecia, costringendola a un’uscita dall’euro.
Etichette:
BCE,
Economia,
Grecia,
l'Espresso,
Luigi Zingales,
Politica
sabato 18 febbraio 2012
"10 a Mario (Draghi)"
Il premier Monti ha fatto bene e merita 6 e mezzo. Ma a salvare la patria è stato il presidente della Bce
di Luigi Zingales
Ci stiamo avvicinando ai fatidici cento giorni del governo Monti. Da quando il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, nei suoi primi cento giorni, fu in grado di far approvare 15 leggi e risollevare le sorti della nazione americana prostrata dalla Grande Depressione, questo è considerato un momento importante nel valutare ogni governo.
Rappresenta il periodo in cui un nuovo esecutivo è in grado di portare una ventata di freschezza. Dopo i primi cento giorni, la forza propulsiva si affievolisce e i governi scadono nella routine.
Quale voto si merita l’operato economico del governo Monti dopo i primi cento giorni (ha giurato davanti a Napolitano il 16 novembre 2011)?
Cominciamo (nello stile anglosassone tanto caro al nostro premier) con le aree di forza.
10 in immagine internazionale. Come ogni imprenditore sa, l’immagine sui mercati finanziari è cruciale per il successo di un’impresa. Lo stesso vale per l’Italia, che vive del credito estero. Monti in questo campo è stato eccezionale. Non è solo perché segue Berlusconi. È proprio bravo di suo. Il suo stile pacato, l’umorismo sottile, l’understatement così poco italiano, piacciono molto agli anglosassoni.
Le agiografie che si leggono sulla stampa internazionale sono quasi stucchevoli, ma ben vengano. Le sue visite alla City di Londra e a Wall Street hanno cambiato la percezione che i mercati finanziari hanno dell’Italia e hanno contribuito a ridurre il costo del nostro debito. Bravo!
Etichette:
BCE,
Economia,
l'Espresso,
Luigi Zingales,
Mario Draghi,
Mario Monti,
Politica
sabato 11 febbraio 2012
"Il Morto, il Becchino, il Sopravvissuto"
(Silvano Larini)
Di Giampaolo Pansa
IL MORTO, IL BECCHINO, IL SOPRAVVISSUTO.
SEMBRANO tre comparse di un film dell’orrore, e invece no: sono i protagonisti di un filmetto politico che adesso andremo a rivedere. Li ho incontrati insieme, tutti e tre, un giorno del febbraio 1983.
Il Morto, allora, era vivo, vivissimo: Bettino Craxi, in quel momento dittatore del Psi e alla vigilia di entrare trionfante a Palazzo Chigi. Intervistarlo era un piacere e, ma sì!, un onore. Me lo offrirono quelli del santuario berlusconiano di Canale 5: «Stiamo organizzando un dibattito tivù con Craxi. Ci stai ad interrogarlo con altri due?». Chiesi: «Chi sono questi due?». «Leo Valiani ed Enzo Bettiza». «D’accordo, ci sto».
Etichette:
Bettino Craxi,
Economia,
Finanza,
Giampaolo Pansa,
l'Espresso,
Politica,
Silvano Larini,
Silvio Berlusconi
martedì 7 febbraio 2012
"I ridicoli pupazzi del camerata"
Gianni Alemanno in piazza delle Medaglie d’Oro, pronto alla distribuzione di pale e ... sale fino da cucina (FOTO OMNIROMA)
di Pino Corrias
IL CUPO SINDACO Benito Alemanno, figlio della vernice nera che da mezzo secolo imbratta i muri di Roma, non è riuscito a spezzare le reni alla neve. Come il suo augusto predecessore di Predappio, ha finto di credere che le guarnigioni erano pronte all’assalto della bianca visitatrice con le scarpe, la pala, il raschietto, e che nei depositi di un qualche fronte interno esistevano per davvero i mitici “250 spazzaneve !” con i motori pronti a ruggire sulla tempesta siberiana, cioè bolscevica, per spazzarla via. I suoi migliori collaboratori – scelti tra i camerati più arditi, compresa la mitica sorella – sono stati sguinzagliati come incursori agli incroci per spargere il sale credendolo un antidoto preventivo al ghiaccio, da versare quando ancora piove, direttamente nell’acqua, come fa ogni giorno la signora Rauti quando nella fureria domestica bolle l’acqua per la pasta e alte si alzano le note di “Giarabub”. La farsesca incompetenza è diventata tragedia. Alle maledizioni dei romani imprigionati, il sindaco ha risposto con l’insolenza dei narcisisti e le scuse dei bambini. Perché neanche immagina la differenza che passa tra la serietà della neve fresca e i suoi ridicoli pupazzi. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2012)
“Ahò l’arberi de Roma so’ sfaticati come i romani. Come vedono la neve se butteno per tera...” (Walter Chiari in una sua gag)
venerdì 3 febbraio 2012
"La Via Crucis di Bertone"
Il caso Viganò. Il flop sul San Raffaele. Il protagonismo in politica estera. E le difficoltà sulle finanze vaticane. Perché si ridimensiona Oltretevere il potere del segretario di Stato
DI SANDRO MAGISTER
In Vaticano non ci si combatte con camion e forconi, ma a colpi di carte. Sabato 28 gennaio il consiglio dei ministri della curia romana, presente il papa, ha dedicato una parte della sua riunione a studiare come mettere un argine alle fughe dei documenti.
Ed erano passati solo tre giorni dall’ultima clamorosa fuga: un blocco di lettere confidenziali scritte a Benedetto XVI e al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone dall’allora segretario del governatorato della Città del Vaticano, oggi nunzio a Washington, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò.
Quelle lettere, più altre carte scottanti che minacciano anch’esse di uscire allo scoperto sulla stampa o in tv, sono un atto d’accusa contro una persona su tutte: quel cardinale Bertone che ha introdotto la citata riunione dei capidicastero di curia spiegando lui come elaborare e pubblicare i documenti della Santa Sede senza più gli infortuni che ne hanno costellato la storia recente. Ci vogliono, ha detto, più competenza, più collaborazione, più fiducia reciproca, più riservatezza. Benedetto XVI ascoltava in silenzio. Gli veniva in mente la peggior prova di malgoverno curiale da lui patita da quando è papa: la valanga di proteste che lo investì non per sua colpa all’inizio del 2009 dopo la revoca della scomunica a quattro vescovi lefebvriani tra i quali uno che negava la Shoah. Dopo quell’incidente, in una lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo, papa Ratzinger non esitò a scrivere che gli era venuto più sostegno da «amici ebrei» che da tanti uomini di Chiesa e di curia più interessati a far terra bruciata attorno al papa. E nel finale citò questo terribile monito dell’apostolo Paolo: «Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri».
Etichette:
Angelo Scola,
Benedetto XVI,
Benigno Papa,
Carlo Maria Viganò,
Ettore Gotti Tedeschi,
l'Espresso,
Ratzinger,
Rino Fisichella,
Tarcisio Bertone,
Vaticano,
Vittorio Malacalza
venerdì 27 gennaio 2012
Tesori (e veleni) affondati
Cliccare per ingrandire (l'Espresso)
«Chi vive esplorando il fondo del mare lo sa», spiega Francesco Scavelli della Bluimage, una delle più importante società sub che studiano i relitti. Lui ha fatto decine di immersioni, al fianco dei più famosi oceanografi del mondo. Esplorazioni, ricognizioni, sopralluoghi a centinaia di metri sotto il livello del mare: «Sono decine, centinaia le storie di relitti svuotati, o assaltati, e sono tutte simili fra loro. Interessi scientifici e appetiti spesso si sono mescolati. E serve tenere alto il livello di attenzione e di controllo».
Sul fondo del Mediterraneo dormono 2.500 navi. Nel minuscolo quadrato di Adriatico fra Ravenna, Venezia e Trieste solo in epoca moderna 333 imbarcazioni sono state inghiottite dal mare. Di queste circa 89 sono bastimenti preziosi. Mercantili, scafi di piccolo cabotaggio, piroscafi, transatlantici e navi passeggeri. Spesso affondate vicino alla costa e facilmente raggiungibili.
(l'Espresso)
«Chi vive esplorando il fondo del mare lo sa», spiega Francesco Scavelli della Bluimage, una delle più importante società sub che studiano i relitti. Lui ha fatto decine di immersioni, al fianco dei più famosi oceanografi del mondo. Esplorazioni, ricognizioni, sopralluoghi a centinaia di metri sotto il livello del mare: «Sono decine, centinaia le storie di relitti svuotati, o assaltati, e sono tutte simili fra loro. Interessi scientifici e appetiti spesso si sono mescolati. E serve tenere alto il livello di attenzione e di controllo».
Sul fondo del Mediterraneo dormono 2.500 navi. Nel minuscolo quadrato di Adriatico fra Ravenna, Venezia e Trieste solo in epoca moderna 333 imbarcazioni sono state inghiottite dal mare. Di queste circa 89 sono bastimenti preziosi. Mercantili, scafi di piccolo cabotaggio, piroscafi, transatlantici e navi passeggeri. Spesso affondate vicino alla costa e facilmente raggiungibili.
(l'Espresso)
sabato 19 novembre 2011
"Lultima di Brunetta"
| Foto: T. Bonaventura - Contrasto |
L'ultima di Brunetta
Come presidente il sindaco che l’ha sposato. In consiglio uomini nei guai con la giustizia. Costi: 4,5 milioni l’anno. Ecco il Formez-bis voluto dal ministro
DI ANGELA CAMUSO
Ci sono buoni intenti e pessimi risultati. Con iniziative che dovrebbero rendere razionale la macchina pubblica e invece si trasformano in ulteriori mangiatoie di denaro. E la vicenda dei due Formez appare il simbolo di questi paradossi, anche perché nasce dalla volontà di Renato Brunetta, che della guerra agli sprechi ha fatto il suo slogan.
Il Formez è uno storico ente di formazione e selezione del personale pubblico impegnato soprattutto nel Mezzogiorno e diventato spesso sinonimo di carrozzone clientelare. Tre anni fa il ministro castigafannulloni ha deciso di creare un suo clone, Formez Italia, una spa che avrebbe dovuto svolgere la stessa missione ma con criteri privatistici: una botta di efficienza per risollevare il Sud dalla sua indolenza.
Etichette:
Angela Camuso,
l'Espresso,
PDL,
Politica,
Renato Brunetta
sabato 24 settembre 2011
Le mutande di Feltri
«Ho ancora stampato negli occhi il mio incontro chiarificatore a pranzo con Vittorio Feltri: non il Feltri esuberante dei dibattiti pubblici, bensì una versione più umana che tremava e chiedeva scusa...». (Dino Boffo, in un'intervista per l'Espresso)
Vittorio Feltri deve aver smesso di tremare ed oggi, cambiatosi le mutande, ritorna ad occuparsi di "omosessuali attenzionati", non dalla polizia come, invece, più coraggioso di Giordano, s'era inventato per Boffo. Lo fa a modo suo: prende a pretesto una mezza notizia per poter suggerire bavagli ad internet (che non conosce, facendone un vezzo, come per l'utilizzo della macchina da scrivere), fingere di accettare gli omosessuali chiamandoli "froci", ironizzando, inventandosi parità che non esistono e rigirando la solita frittata filoberlusconiana. Improvviso smemorato delle proprie sospensioni dall'attività giornalistica, anche per aver sostituito le ideologie con le mutande.
Iscriviti a:
Post (Atom)



