«Preferisco essere ricordato come una brava persona piuttosto che come un portiere, bravo o scarso che sia».(Iker Casillas Fernández)
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martedì 3 luglio 2012
Iker Casillas Fernández
lunedì 2 luglio 2012
Guerre pallonare
"Italians lose wars as if they were football matches, and football matches as if they were wars".(Winston Churchill)
domenica 1 luglio 2012
"Eroi in mutande"

di Marco Travaglio
Siccome la mamma dei cretini è sempre gravida, c’è chi – soprattutto gli onanisti di twitter, più un insettucolo di Radio24 e un tal Macioce del Giornale – continua a menarla sul fatto che tifo contro gli “azzurri” agli Europei. Non mi riferisco a chi ci scherza sopra, com'è giusto che sia (tipo la banda del Misfatto), ma a chi replica con argomenti seriosi, patriottici, nazionalistici: tifare contro la Nazionale di calcio sarebbe disfattismo, tradimento, intelligenza col nemico teutonico. Se è per questo ho tifato pure per Spagna, Croazia, Irlanda e Inghilterra quando giocavano contro l’Italia. Invece ho tifato per l’Italia in altri tempi, quando a simboleggiarla erano i Bearzot, gli Zoff, i Trap. Anche allora c’era qualche furbetto coinvolto in scandali, tipo Rossi nel 1982: ma avevano pagato il conto con la giustizia. Ora invece, si usano le vittorie sportive (anche quelle meritate, come contro la Germania) per chiudere altre partite senza neppure aprirle: quella del calcioscommesse, che al rientro dei nostri eroi in mutande sfocerà nei deferimenti di club di serie A e di parecchi giocatori, forse anche azzurri; e addirittura quella della politica e dell’economia europea, con una ridicola, puerile, penosa ricerca di vendetta su paesi più virtuosi del nostro. Tipo la Germania della Merkel. Io vorrei sapere, che si vinca o si perda, cos’è quel milione e mezzo versato da capitan Buffon a un tabaccaio di Parma. Vorrei sapere quali e quanti dirigenti e calciatori coinvolti nell’inchiesta di Cremona per essersi venduti le partite in barba ai tifosi e alla lealtà sportiva, sono colpevoli o innocenti. E vorrei che i colpevoli fossero radiati e condannati. Nessuna vittoria all’Europeo può cancellare lo scandalo. E invece c’è chi confonde i piani.
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giovedì 21 giugno 2012
Mario Chalmers, "Mr. Clutch"
«I Thunder hanno deciso di farmi marcare da Durant, in modo che non avesse problemi di falli come nelle altre gare: l’ho presa come una mancanza di rispetto e gliel’ho fatta pagare»(Mario Chalmers)
NBA, gara -4 tra Miami Heat ed Oklahoma City Thunder. La squadra della Florida è sotto di 17 punti nel primo quarto di gioco. Chalmers che, a detta di Dwane Wade, è convinto di essere il miglior giocatore del gruppo, ha fallito 18 degli ultimi 20 tiri a canestro. Il tatuaggio che si è fatto su un braccio, però, recita «Mr. Clutch», ovvero, quando conta lui c’è sempre: inizia a segnare. Venticinque punti, 12 nell’ultimo quarto, compresi gli ultimi 5 della partita, quelli che hanno sigillato la vittoria di Miami. L’abitudine ad essere decisivo nelle grandi partite ce l’ha nel sangue: nelle Final Four Ncaa del 2008 fu infatti la sua tripla sulla sirena a portare i Kansas Jayhawks al supplementare, dove poi spazzarono via Derrick Rose e i Memphis Tigers, vincendo il titolo universitario.
giovedì 14 giugno 2012
Nuovo biscotto in arrivo
"Non dobbiamo sopravvalutare la Croazia", "Abbiamo sopravvalutato la Croazia", "Abbiamo incontrato poche volte la Croazia, con una vittoria, due pareggi e tre sconfitte".
Italia - Croazia 1-1, dopo il vantaggio azzurro iniziale.
La Spagna farà una goleada contro l'Irlanda e pareggerà 2-2 o 3-3 nell'ultima partita contro la Croazia. Buffon, già morto, non avrà niente da poter dire sui due feriti sopravvissuti.
Aggiornamento
LA UEFA prevede che in caso di parità tra due o più squadre le discriminanti siano negli scontri diretti il maggior numero di punti, la miglior differenza reti e il maggior numero di gol; in caso di ulteriore parità valgono la differenza reti e il maggior numero di gol segnati nell’intero girone, il coefficiente Uefa, la classifica fair play e il sorteggio.
L’Italia per passare deve battere l’Irlanda e sperare che Croazia-Spagna non finisca in parità da 2-2 in su, risultato che eliminerebbe gli azzurri per il minor numero di gol segnati negli scontri diretti.
In caso di 1-1 invece gli azzurri dovrebbero battere l’Irlanda con tre gol di scarto o con due, ma dal 4-2 in su. Se Croazia-Spagna non finirà in parità, gli azzurri passerebbero come secondi.
Alcune dichiarazioni successive allo Spagna - Irlanda 4-0
«Croazia e Spagna sono due grandi squadre, non possono fare una cosa del genere». (Pirlo). «Non credo all’ipotesi del 2-2, gli spagnoli vogliono vincere sempre». (Marchisio). «Tutte le partite sono regolari e da giocare, dobbiamo pensare così» (Prandelli).
«La Spagna non può macchiarsi così, per questo io mi sento vivo. La differenza rispetto al 2004 è abissale: danesi e svedesi erano cugini, confinavano, passare il turno di un Europeo era per loro il massimo obiettivo. La Spagna è campione del mondo, non ha paura di nessuno, non può farsi ridere dietro». (Buffon).
sabato 9 giugno 2012
"I biscotti non sono tutti uguali"
Di Marco Travaglio
Il 22 giugno 2004, allo stadio di Oporto, Danimarca e Svezia disputano il quarto di finale degli europei di calcio in Portogallo. Se una delle due vince, passa il turno con l’Italia di Trapattoni. Se invece pareggiano, si qualificano entrambe e l’Italia torna a casa. Alla vigilia il portiere della Nazionale azzurra avverte: «Se fanno davvero 2-2, altro che Ufficio inchieste: direttamente le teste di cuoio in campo ci vogliono!». Quella sera, sugli spalti di Oporto, le due tifoserie srotolano striscioni beffardi: “2-2 e ciao Italia”.
In campo i calciatori scherzano sul pareggio annunciato e sugli italiani che sospettano il “biscotto”. Finisce puntualmente 2-2, dopo una partita molto combattuta, risolta però all’ultimo minuto con il gol dello svedese Jonson favorito da una mezza papera del portiere danese Sorensen. Seguono quattro minuti di melina, prima del fischio finale dell’arbitro. Le due squadre vanno in semifinale, gli azzurri sono eliminati.
Del Piero alla fine non vuol fare polemiche: «Non cerchiamo scuse». Anche Trapattoni, subito esonerato, dice: «Non voglio credere a una combine».
Ma gli altri azzurri, da Panucci a Zambrotta, da Pirlo a Cannavaro, fremono di sdegno e sparano a zero sui colleghi scandinavi e il loro “biscotto” ammazza-Italia. Il più indignato è sempre il portiere: «Il 2-2 è uno schifo, uno scandalo a livello mondiale. Ha perso soprattutto lo sport. Provo vergogna, ma non per noi: per gli svedesi e i danesi. L’hanno fatta proprio sporca. E pensare che il calcio, non essendo solo soldi e business, dovrebbe dare insegnamenti ed esempi. Ma dopo questo pareggio che cosa penseranno i giovani? Che è giusto mettersi d’accordo anche a 13 anni per vincere la coppa della parrocchia».
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domenica 6 maggio 2012
Derby amletico
Illustrazione di Doriano per Il Fatto Quotidiano.
L'Inter stasera ha solo un modo per evitare che la Juventus vinca lo scudetto: perdere il derby contro il Milan.
giovedì 8 marzo 2012
Flavia Pennetta diventa mancina
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Quelli della Gazzetta Dello Sport hanno deciso di storpiare così la foto della tennista Flavia Pennetta pur di adattarla al collage. Lei il dritto lo gioca con la mano destra.
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sabato 3 marzo 2012
Ludwig “Luz” Long. Chi ha ucciso il campione.
Foto GettyImages
Ludwig Long, a sinistra, con Jesse Owens ai Giochi di Berlino 1936
Chi ha ucciso il campione
di Gianluca Di Feo
Su come sia morto manca la certezza, perché pochissimi degli uomini che combatterono al suo fianco sono sopravvissuti: gli altri furono uccisi in combattimento o massacrati senza pietà dopo la resa dai soldati americani il 14 luglio 1943. E anche il suo nome è incluso in quell’elenco di italiani e tedeschi dati per dispersi ma in gran parte ammazzati a freddo dai fanti statunitensi, che avevano eseguito alla lettera l’appello del generale Patton a «non fare prigionieri». Così per la prima volta comincia a chiarirsi il mistero sulla fine di Ludwig “Luz” Long, l’atleta tedesco diventato il simbolo universale della sportività.
Nelle Olimpiadi di Berlino del 1936 Long, biondo e ariano, sfidò il nero Jesse Owens nel salto in lungo. Il suo rivale aveva già fallito due salti: un altro errore e l’oro sarebbe stato certo. Invece il tedesco andò dall’avversario e gli suggerì di anticipare lo stacco: consiglio accolto dall’americano con una prestazione da primato. Davanti allo sguardo infuriato di Adolf Hiltler, il saltatore biondo fu il primo ad abbracciare il vincitore e congratularsi con lui: immagini che ancora oggi in tutto il mondo incarnano lo spirito di De Coubertin. Luz e Jesse diventarono amici ma il tedesco pagò a caro prezzo il suo fair play: allo scoppio della guerra fu mandato al fronte senza riguardi e morì in Sicilia.
Ludwig Long, a sinistra, con Jesse Owens ai Giochi di Berlino 1936
Chi ha ucciso il campione
di Gianluca Di Feo
Su come sia morto manca la certezza, perché pochissimi degli uomini che combatterono al suo fianco sono sopravvissuti: gli altri furono uccisi in combattimento o massacrati senza pietà dopo la resa dai soldati americani il 14 luglio 1943. E anche il suo nome è incluso in quell’elenco di italiani e tedeschi dati per dispersi ma in gran parte ammazzati a freddo dai fanti statunitensi, che avevano eseguito alla lettera l’appello del generale Patton a «non fare prigionieri». Così per la prima volta comincia a chiarirsi il mistero sulla fine di Ludwig “Luz” Long, l’atleta tedesco diventato il simbolo universale della sportività.
Nelle Olimpiadi di Berlino del 1936 Long, biondo e ariano, sfidò il nero Jesse Owens nel salto in lungo. Il suo rivale aveva già fallito due salti: un altro errore e l’oro sarebbe stato certo. Invece il tedesco andò dall’avversario e gli suggerì di anticipare lo stacco: consiglio accolto dall’americano con una prestazione da primato. Davanti allo sguardo infuriato di Adolf Hiltler, il saltatore biondo fu il primo ad abbracciare il vincitore e congratularsi con lui: immagini che ancora oggi in tutto il mondo incarnano lo spirito di De Coubertin. Luz e Jesse diventarono amici ma il tedesco pagò a caro prezzo il suo fair play: allo scoppio della guerra fu mandato al fronte senza riguardi e morì in Sicilia.
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sabato 25 febbraio 2012
Linsanity
Negli Stati Uniti la notte del 4 febbraio è esploso il fenomeno Jeremy Lin, giocatore di basket dei New York Nicks, il primo di origini cinesi nato negli USA. In tre settimane il suo nome è arrivato sulla bocca di tutti, fino alla copertina del TIME. Risollevando le sorti sportive della sua squadra, ha attirato nuovi telespettatori, appassionati, commentatori. Tutto questo non poteva accadere in un momento migliore, visto l'interesse - e gli interessi - nel prossimo futuro degli Americani per il mondo asiatico (ne ho già scritto QUI e QUI).
Un marchio commerciale vero e proprio che sarà opportunamente sfruttato, anche dallo stesso Lin. Non mancano gli spunti razzisti, neanche lì, ma con esiti molto diversi rispetto a quanto avviene in Italia. Perfino in Cina in molti fanno dei distinguo per il fatto che il padre provenga da Taiwan.
Riporto due diversi articoli che, a distanza di undici giorni, dovrebbero rendere l'idea di quel che succede oltre oceano.
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martedì 7 febbraio 2012
Tribuni romanisti
(FOTO MEZZELANI-GMT)
Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto in "tribuna autorità" durante Roma - Inter (4-0).
Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto in "tribuna autorità" durante Roma - Inter (4-0).
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lunedì 6 febbraio 2012
Zamparini importa imprenditori
Foto GETTY
Maurizio Zamparini, dopo aver venduto ai francesi della Conforama la catena commerciale Mercatone Zeta da lui stesso fondata, ha molto denaro da investire. Il calcio gli fornisce da molti anni quella visibilità necessaria per gli altri suoi affari, quelli produttivi. Un'idea sulla quale sta cercando di coinvolgere tre uomini che vengono da lontano: i sauditi Ahmed Zubeidi (AmaGroup) e Abdulrahman Owidan (Owidan Group) e l’indiano Shabbir Vakil (Al Vakil Group), ieri ospiti a Palermo. Il primo di questi - nella foto in alto - proclama: «Lo scudetto in tre anni con un investimento iniziale tra i 100 e i 200 milioni di euro». Il 15 marzo verrà inaugurato il centro commerciale del patron rosanero nel quartiere Zen. Per quella data potrebbe essere noto il nome del primo investitore saudita disposto a entrare nella società rosanero: sarebbe l’apripista a una vera e propria cordata.
«Loro sono impegnati a investire in un Paese che ha perso credibilità nell’ultimo periodo, cosa che noi italiani non meritiamo, e siamo diventati amici. Ahmed è colui che mi procaccia investitori di grosso livello e divertendomi ho parlato con loro del Palermo. Spero che possano appassionarsi al calcio che non regala ricchezza, ma visibilità. Gli arabi hanno i soldi, ma non la visibilità. Mi auguro che il Palermo possa giovare di questo aspetto, perché se dovessi riuscire in questo intento, taglierei il traguardo più importante per questa città». Queste le parole di Zamparini.
Sono in gioco investimenti pari a 5 miliardi di euro in vari settori (dal turismo al comparto energetico). Ahmed Zubeidi, che fa da collante con il mondo mediorientale, conclude: «Si è creata una relazione forte con Zamparini. Gli obiettivi principali sono due: realizzare opportunità di business in Italia e ricercare investitori per il Palermo. L’intento è portare la squadra entro tre anni ad alti livelli e poter ambire al titolo nazionale. Il primo investimento sarebbe di 100-200 milioni di euro». Un progetto a medio-lungo termine, nel quale l’attuale presidente resterebbe al comando ma rinforzato contro quelli che lui stesso definisce «poteri forti» (a margine ha anche annunciato una querela al direttore generale delle Entrate Befera che gli ha dato del «noto evasore»). «Mi hanno chiesto di rimanere. Con 100-200 milioni non so se vinceremo lo scudetto, di sicuro non avremmo venduto Pastore. Spero, però, di combattere un sistema che premia le big. Ci ispireremmo all’Arsenal con giovani e gente di esperienza».
Maurizio Zamparini, dopo aver venduto ai francesi della Conforama la catena commerciale Mercatone Zeta da lui stesso fondata, ha molto denaro da investire. Il calcio gli fornisce da molti anni quella visibilità necessaria per gli altri suoi affari, quelli produttivi. Un'idea sulla quale sta cercando di coinvolgere tre uomini che vengono da lontano: i sauditi Ahmed Zubeidi (AmaGroup) e Abdulrahman Owidan (Owidan Group) e l’indiano Shabbir Vakil (Al Vakil Group), ieri ospiti a Palermo. Il primo di questi - nella foto in alto - proclama: «Lo scudetto in tre anni con un investimento iniziale tra i 100 e i 200 milioni di euro». Il 15 marzo verrà inaugurato il centro commerciale del patron rosanero nel quartiere Zen. Per quella data potrebbe essere noto il nome del primo investitore saudita disposto a entrare nella società rosanero: sarebbe l’apripista a una vera e propria cordata.
«Loro sono impegnati a investire in un Paese che ha perso credibilità nell’ultimo periodo, cosa che noi italiani non meritiamo, e siamo diventati amici. Ahmed è colui che mi procaccia investitori di grosso livello e divertendomi ho parlato con loro del Palermo. Spero che possano appassionarsi al calcio che non regala ricchezza, ma visibilità. Gli arabi hanno i soldi, ma non la visibilità. Mi auguro che il Palermo possa giovare di questo aspetto, perché se dovessi riuscire in questo intento, taglierei il traguardo più importante per questa città». Queste le parole di Zamparini.
Sono in gioco investimenti pari a 5 miliardi di euro in vari settori (dal turismo al comparto energetico). Ahmed Zubeidi, che fa da collante con il mondo mediorientale, conclude: «Si è creata una relazione forte con Zamparini. Gli obiettivi principali sono due: realizzare opportunità di business in Italia e ricercare investitori per il Palermo. L’intento è portare la squadra entro tre anni ad alti livelli e poter ambire al titolo nazionale. Il primo investimento sarebbe di 100-200 milioni di euro». Un progetto a medio-lungo termine, nel quale l’attuale presidente resterebbe al comando ma rinforzato contro quelli che lui stesso definisce «poteri forti» (a margine ha anche annunciato una querela al direttore generale delle Entrate Befera che gli ha dato del «noto evasore»). «Mi hanno chiesto di rimanere. Con 100-200 milioni non so se vinceremo lo scudetto, di sicuro non avremmo venduto Pastore. Spero, però, di combattere un sistema che premia le big. Ci ispireremmo all’Arsenal con giovani e gente di esperienza».
venerdì 3 febbraio 2012
"Angelo Dundee. L'uomo che sussurrava ai guantoni"
L’allenatore di origini calabresi è morto in Florida all’età di 90 anni. Dal suo angolo ai bordi del ring è stato lo stratega di tutte le imprese di Cassius Clay
di Rino Tommasi
Angelo Merena, meglio conosciuto come Angelo Dundee, morto martedì scorso nella sua casa di Tampa, in Florida all’età di 90 anni, è stato uno dei personaggi più importanti nella storia della grande boxe degli ultimi 50 anni. L’ho conosciuto quando ancora non era diventato famoso come l’uomo che dall’angolo ha guidato tutta la carriera di Muhammad Ali. Assieme a suo fratello Chris era il proprietario della più nota e meglio frequentata palestra di Miami.
Non a caso il sindacato che aveva messo sotto contratto il futuro campione del mondo che aveva appena vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, non ha avuto esitazioni nello scegliere l’uomo che doveva avere l’impegnativo compito di seguire in palestra e sul ring la carriera del più grande talento pugilistico di ogni epoca.
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venerdì 23 dicembre 2011
Simone Farina, eroe per forza
Ha fatto sapere di voler esser lasciato in pace, ritenendo di non aver compiuto niente di eroico o eccezionale. Il Commissario Tecnico della Nazionale di calcio, invece, per tutta risposta, ha pensato bene di convocarlo per uno dei prossimi appuntamenti, come buon esempio per il Paese.
Che esempio?
In Italia gli onesti sono così pochi da poter trovare posto, come ospiti, su un rettangolo verde grande meno di un ettaro?
Mi auguro che il Signor Farina rifiuti con sdegno non solo questa convocazione sportiva ma soprattutto quelle politiche che certamente seguiranno.
Che esempio?
In Italia gli onesti sono così pochi da poter trovare posto, come ospiti, su un rettangolo verde grande meno di un ettaro?
Mi auguro che il Signor Farina rifiuti con sdegno non solo questa convocazione sportiva ma soprattutto quelle politiche che certamente seguiranno.
lunedì 19 settembre 2011
De Magistris e San Gennaro
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| (La Repubblica online) |
Continuano le "Pubbliche Relazioni" per il Sindaco De Magistris. Fino all'ultimo non si sapeva se ci sarebbe stato ma poi è apparso, con Cavani (che non è cattolico, come scrive il giornalone, ma pentecostale).
"Qualcuno ha pensato di cancellare la festa di San Gennaro pensando che un Governo in scadenza possa cambiare anche le festività religiose. Invece Napoli è tutta qui, al di là del credo politico e delle convinzioni religiose", ha detto il sindaco di Napoli Luigi De Magistris al suo arrivo al Duomo per partecipare alla funzione religiosa. Il sindaco, alla prima partecipazione in questo ruolo alle celebrazioni per San Gennaro, si è detto "emozionato". "Il giorno di San Gennaro - ha detto - è un giorno che fa parte della storia di questa città, è una tradizione popolare, identitaria e religiosa che unisce". Napoli ha sottolineato De Magistris "è una città in cui c'è una comunità cattolica, ma anche laica, ebraica, musulmana". Secondo il sindaco, il miracolo di San Gennaro "fa bene alla città, ma - ha aggiunto - Napoli non ha bisogno della religione e dei miracoli per andare avanti, ma del lavoro duro delle persone".Ha fatto bene, non poteva davvero evitare. E con queste dichiarazioni ha fatto fessi e contenti tutti. Un passo alla volta, aspettando Natale.
"San Genna', non ti crucciare. Tu lo sai, ti voglio bene, ma 'na finta 'e Maradona squaglia 'o sang' rint' 'e vene". (QUI)
mercoledì 14 settembre 2011
De Magistris PR
De Magistris dovrebbe rivedere qualcosa nei collegamenti tra cervello e bocca, o tra ufficio stampa ed agenzie giornalistiche. Dopo un giorno di polemiche ha informato il mondo che in Inghilterra ci va anche per fare un salto a Plymouth, 500 km da Manchester, una sciocchezzuola. L'ultimo tentativo per portare un po' di Coppa America a Bagnoli. Ci sarà anche Caldoro, governatore della Regione, ed altri interessati a vario titolo. Questi ultimi, però, pare che siano andati con mezzi propri, evitando il "passaggio" offerto dalla squadra di calcio. Contenti loro, contenti tutti. Forse. Certi sprechi si notano.
De Magistris va a Manchester a farsi pubblicità annullando due consigli comunali su temi importanti? Sì, e fa bene. Quando gli ricapita?
La pubblicità è l'anima del commercio. Gliel'ha insegnato il Presidente Del Consiglio italiano in carica. Il calcio a Napoli, in Italia, in Inghilterra e nel mondo muove milioni di persone, o li tiene incollati ad un televisore.
Proprio la città inglese è un esempio planetario di quello che si riesce a fare col "merchandising", fatturando fior di denaro e con molti meno potenziali acquirenti dei "Napoletani nel mondo".
Il Sindaco di Napoli è stato già costretto a vendere la "munnezza" della città all'estero. Ora è impegnato a vendere anche il resto, e magari stavolta ci guadagna. Si chiamano "pubbliche relazioni". Se è anche tifoso di Lavezzi e compagni tanto meglio.
I Napoletani capiranno, accelereranno la raccolta differenziata e si faranno quattro risate al sole, alla faccia di chi si nasconde tra le nebbie.
Aggiornamento
Accordo trovato: la Coppa America toccherà anche Napoli.
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sabato 27 agosto 2011
Cialtroni? Cretini, forse
Questa la prima pagina odierna di Libero. La Gazzetta Dello Sport, invece, scrive di "autogol". QUI la raccontano meglio.
"Cialtroni", dicono loro, a Gattuso & Co.. Moggi, Ivan Zazzaroni, Francesco Borgonovo, e le categorie di Vaime. Moggi, forse, un po' di meno: è riuscito a diventare milionario con i calci, al pallone. Mantenendo la "baby pensione" da ferroviere. Sempre riconoscente a San Pio.
Che cretini certi calciatori a non fare come Mourinho, che appena può si sceglie gli interlocutori. A vita.
"Cialtroni", dicono loro, a Gattuso & Co.. Moggi, Ivan Zazzaroni, Francesco Borgonovo, e le categorie di Vaime. Moggi, forse, un po' di meno: è riuscito a diventare milionario con i calci, al pallone. Mantenendo la "baby pensione" da ferroviere. Sempre riconoscente a San Pio.
Che cretini certi calciatori a non fare come Mourinho, che appena può si sceglie gli interlocutori. A vita.
lunedì 22 agosto 2011
Euskal Herria
L'altro giorno scrivevo dei "Padan cocks", gente pittoresca abitante di un luogo che non c'è. Ieri Carlo Vulpio, su Il Corriere Della Sera, ha incontrato Andoni Goikoetxea Olaskoaga, ex calciatore difensore dell'Athletic Club di Bilbao, diventato famoso per un durissimo intervento (video) su D. A. Maradona nel settembre del 1983.
Un'intervista che ho trovato bellissima, una pagina da strappare e conservare.
Si comincia con una citazione: "I popoli liberi sono i soli che abbiano una storia; gli altri hanno solo delle cronache: sono materia per l’erudito e il genere umano non li conosce" (Edgar Quinet). Poi si accenna ad un libro.
«Dio creò solo una squadra perfetta. Le altre le riempì di stranieri». Questo detto popolare, che fa da epigrafe a un capitolo del libro «L’utopia calcistica dell’Athletic Bilbao», scritto da Simone Bertelegni (BradipoLibri, pp. 210, € 16), rende bene l’idea di un’esperienza unica al tempo del calcio globalizzato.Quella dei baschi dell’Athletic Club Bilbao, squadra autarchica, otto volte campione di Spagna, ma gelosa del nome originario, in inglese, che invano il franchismo cercò di mutare in Atlético de Bilbao. Il libro è una miniera di dati, nomi, storie di un calcio «altro», che si ostina a sopravvivere alla perdita di identità del calcio di tutti gli «altri»Per il "Times" è diventato il calciatore più cattivo della storia del calcio, "il macellaio di Bilbao". «Non sono cattivo, Maradona lo sa», racconta oggi Andoni. Per quel fallo "di frustrazione" (perdevano 4 a zero e non gli era stato fischiato un intervento scorretto appena subito) non fu neppure espulso.
«Yo soy un duro, no un malo» («Sono un duro, non uno cattivo») , dice Goikoetxea, come se parlasse a nome del suo Popolo, l'Euskal Herria (I Paesi Baschi). Il termine Euskal Herria indica sia il luogo geografico abitato che l'insieme stesso dei Baschi. Questi, infatti, sono sempre rimasti uniti grazie alla propria cultura (principalmente la loro lingua) e quasi mai territorialmente, quindi un Basco è principalmente una persona che parla l'idioma basco (e perciò è chiamato Euskaldun, cioè colui che parla il basco) prima di essere una persona che vive nel territorio del Paese basco.
Andoni e Diego, dopo quella volta, si sono rivisti, si sono parlati e persino abbracciati. «Da noi si dice che ciò che succede a Las Vegas resta a Las Vegas — spiega Goikoetxea —, per dire che ciò che accade in campo finisce lì, in campo».
Una norma non scritta, ma chiara, semplice, fondamentale per chi concepisce il calcio e la vita «secondo la filosofia dell’Athletic». Che è una filosofia politica unica, perché «molto basca», basata sull’orgoglio di combattenti che hanno sempre odiato il Franchismo e che ancora oggi venerano come loro simbolo più importante l’Albero della Libertà di Guernica (Gernika, in basco), la prima città ad aver subìto, il 26 aprile 1937, un bombardamento sulla popolazione civile. Una filosofia cresciuta sull’idea di democrazia che è propria delle Repubbliche costituzionali occidentali e vissuta attraverso un attaccamento alla terra e alla lingua — non romanza, di misteriosa origine pre-indoeuropea —, che sul piano calcistico si traduce in una squadra autarchica, in cui possono giocare solo i baschi, ma che tuttavia non trascende mai nella xenofobia e anzi è aperta a tutti.
Questa filosofia, questa affermazione perentoria della propria identità è ciò che fa la differenza. Ed è la stessa per tutti. Per Goikoetxea per i ragazzi formatisi nella «fabbrica» di Lezama, il centro sportivo dell’Athletic Bilbao, in cui non c’è «differenza di classe» tra campioni affermati e giovani promesse.
Per i tifosi, considerati un pubblico tra i più sportivi d’Europa, che va allo stadio San Mamès come se andasse in chiesa (e infatti qui per Catedràl si intende lo stadio, non quella intitolata a Santiago, nel borgo antico), e per i trentamila soci (un socio, un voto) che ogni quattro anni eleggono il presidente e la giunta direttiva del Club.
«Siamo un unicum nel mondo», dice con orgoglio Goikoetxea. E dice «siamo», perché chi ha giocato nell’Athletic Bilbao resta per sempre dell’Athletic Bilbao, anche se cambia squadra, come Goikoetxea, che ha chiuso la carriera con l’Atletico Madrid.
La filosofia politica basca applicata al calcio, tuttavia, non bastò a evitare, dopo quel fallo su Maradona, che per la finale di Coppa del Re, a Barcellona, sugli spalti del Camp Nou, ad aspettare Goikoetxea si facessero trovare in centomila. Erano lì tutti per lui. Appena toccava palla lo subissavano di fischi e male parole. Non era Barcellona-Athletic Bilbao, era Camp Nou contro Goikoetxea.
C’erano due possibilità, racconta Andoni, «o farsela addosso, o far finta di non sentire e combattere ». Lui, ovvio, sceglie la parte del Gladiatore che è, e la Fortuna, come avviene in tutte le storie fantastiche, gli arride. Segna proprio lui, di testa, e i centomila ammutoliscono. L’Athletic Bilbao vince e Goikoetxea prova una cosa sola: «Un orgasmo».
Non per il gol in sé. E nemmeno per aver sconfitto i catalani. «Ma per aver saputo ruggire come un leone (e Leoni vengono chiamati giocatori e tifosi dell’Athletic, ndr) nel momento di maggiore difficoltà».
Nella «geopolitica calcistica» basca però, comportarsi «da leone» non vuol dire soltanto ruggire. Ma anche saper mantenere la «cabeza fria», la mente fredda, quando si deve centrare un obiettivo essenziale, che può persino andare al di là di ciò che comunemente si intende per «lealtà sportiva». Come accadde, per esempio, nel 1982, quando i baschi della Real Sociedad di San Sebastian (Donostia, in basco) vinsero il campionato grazie alla «collaborazione » dei baschi dell’Athletic, che incontrarono nell’ultima gara del torneo. Favore ricambiato due anni dopo, sempre all’ultima giornata, con la Real Sociedad che si fa sconfiggere e l’Athletic che diventa campione di Spagna per l’ottava (e ultima) volta.
Quelle due partite Goikoetxea le ha giocate, e anche da capitano. Nella prima, con la Real Sociedad in vantaggio di due gol, Manuel Sarabia segna per l’Athletic. Imbarazzo generale tra i bilbaini e Goikoetxea che chiama «Manolo» e gli sussurra qualcosa all’orecchio. «Gli ho detto solo di farsi coraggio», dice ridendo Goikoetxea. O forse, com’è più probabile, di non farlo più. In ogni caso, la partita finisce in quel momento. Nella seconda gara, a parti invertite, è quasi commovente vedere i giocatori della Real Sociedad non festeggiare un gol del loro compagno Urialde e il portiere Arkonada rinviare a ripetizione la palla sui piedi degli avversari dell’Athletic, che infatti alla fine vincono la partita e il titolo.
Goikoetxea se la ride ancora una volta: «Ah, sì? È successo tutto questo?». Poi si fa serio. «Da noi, anche nel calcio, c’è un sapore politico permanente — dice —. Non c’entrano i partiti, ma il fatto che noi non siamo soltanto una squadra di calcio. Siamo uno straordinario veicolo di identità nazionale e soprattutto l’orgoglio di un territorio e di un popolo».
Andoni, e se viene a saperlo «The Times»? «Meglio di no. Altrimenti perdo il primato in classifica... In fondo, se il Macellaio di Bilbao può essere utile all’Athletic e a Euskal Herria, bisogna ringraziare "The Times"».
Un confronto, quello con i "cazzoni padani", impietoso.
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giovedì 14 settembre 2006
O' Capitano: emblema della disfatta.
REAL MADRIDLa stampa spagnola accusa
'Cannavaro emblema della disfatta'
"Il difensore e' stato l'immagine di un Real Madrid caotico ", questa l'analisi del quotidiano spagnolo As sulla sconfitta in Champions League del Real Madrid in casa del Lione
"Non ha funzionato nulla e quello che ha piu' sorpreso e' stata la nefasta partita di Fabio Cannavaro, coinvolto intutte le peggiori azioni, gol del Lione compresi".
"Il difensore e' stato l'immagine di un Real Madrid caotico ", questa l'analisi del sito del quotidiano spagnolo As sulla sconfitta di ieri del Real Madrid in casa del Lione. Un secco 0-2 che condanna la squadra di Capello, protagonista di una prestazione davvero deludente.
La stampa iberica punta il dito su Cannavaro ed in effetti la partita del capitano dei campioni del mondo e' stata da dimenticare. "Per lui una serata nera: lento, insicuro e confuso, Cannavaro e' stato l'immagine di questo Real Madrid disordinato, sconclusionato e caotico".
As non risparmia neanche Emerson ("esasperante la sua lentezza, ha perso tutte le battaglie in mezzo al campo e ha lasciato giocare Juninho") e Raul, ma ne ha anche per Cassano definito: "assente e disinteressato".
"Il Real - ha concluso As - ha giocato meglio quando sono entrati giocatori che giocano la palla con criterio: Guti, Reyes e Robinho. Adesso e' compito di Capello trovare una soluzione e rivedere l'11 titolare che ha scelto". (Il Resto Del Carlino)
Dopo le eccellenti prestazioni al Mondiale, sembra essersi riallineato agli standard consigliatigli dal signor Moggi quando lavorava per l'Inter.Troppi salamini?
O nuovi consigli?
domenica 10 settembre 2006
La F1 non è uno sport. È soltanto un business
La Formula Uno non è uno sport. È soltanto un business.Diceva qualche anno fa Flavio Briatore.
Un problema può succedere anche a noi ma non cambierà mai niente, le cose non cambiano mai. Una volata? Non c'è nessuna volata perché il mondiale è già assegnato. Alcune cose non dovevano succedere. Adesso saranno contenti. Calciopoli, a confronto, fa ridere.
Alla fine del GP di Monza, oggi.
Il «Tribüla» sa come vanno le cose al mondo.
Dal poker e lo chemin-de-fer alla formula Uno.
Dalle bische clandestine alle ville in Sardegna.
Donne bellissime, politici, nobiltà.
Non si fa mancare neppure qualche bomba.
Una vita vissuta ad alta velocità.
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