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lunedì 26 settembre 2011

Ahmadinejad, discorso all'ONU



Discorso tenuto da sua eccellenza il dottor Mahmoud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, davanti alla sessantaseiesima sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.




New York, 22 Settembre 2011.


In nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso.

Ogni lode ad Allah, signore dell'universo, e pace e benedizione sul nostro capo e profeta Muhammad, la sua pura casata, i suoi nobili compagni e tutti i messaggeri divini.
"Oh Dio, affretta la venuta dell'Imam al-Mahdi, garantiscigli salute e vittoria, fai di noi i suoi seguaci ed includici tra coloro che ne attestano la legittimità".

martedì 3 ottobre 2006

Afghanistan: la nascita del Jihadistan

Kabul non si è liberata dei talebani.
Nella provincia di Ghazni, a due ore dalla capitale, i corrispondenti del Newsweek si incontrano con un centinaio di loro. E' un gruppo la cui composizione varia dall'adolescente al 55enne, armati con AK e lanciagranate alimentate da razzi.
Il loro capo provinciale, Muhammad Sabir, sostiene di poter disporre di 900 combattenti e di nutrire una nuova fiducia nelle mutate condizioni militari e psicologiche.
"Ora ci possiamo radunare alla luce del giorno. La gente sa che stiamo ritornando al potere".

I Signori della Guerra, foraggiati dai proventi del narco traffico, controllano le aree rurali e godono sempre più del consenso della popolazione disillusa da quanto fatto finora da Karzai e dalla comunità internazionale.
I finanziamenti sono finiti ad alimentare la corruzione del Governo.
Lontano da Kabul, soprattutto nella zona lungo il confine con il Pakistan, le tribù Pashtun stanno ricreando le condizioni di cui raccontava Kipling nell'800.
Quella zona può essere chiamata "Jihadistan" e i suoi militanti guadagnano il doppio delle milizie nazionali.

In realtà, in Afghanistan si è investito pochissimo.
Le cifre impegnate sono riportate dal Newsweek e confrontate con quelle molto più consistenti di Bosnia, Kosovo, Timor Est.

Mancano le infrastrutture, un governo ed un sistema giudiziario efficienti.
"Where the roads end, the Taliban begin."
(Gen. Karl Eikenberry)

La situazione è sfuggita di mano.
Gli inglesi l'hanno ammesso già da tempo.
A questi si sono aggiunti i tedeschi che, per bocca del loro ambasciatore Hans-Ulrich Seidt, affermano:
"potrebbe accadere che il governo afgano perda completamente la padronanza degli eventi nei prossimi 12-18 mesi, i soldati della Nato non riusciranno mai ad assumere il controllo del sud dell'Afghanistan."

Per questo il ministro della Difesa tedesco Franz Josef Jung ha auspicato che la strategia della Nato in Afghanistan subisca un cambiamento radicale e si focalizzi sulla «sicurezza e la ricostruzione». «Le persone devono rendersi conto che non siamo forze di occupazione ma piuttosto che siamo lì per aiutarli».

In Italia?
Oggi, 3 ottobre, l'Ulivo si riunisce per affrontare il tema.
D'Alema potrebbe ritrovarsi, a breve, a dover bombardare di nuovo.

sabato 30 settembre 2006

Newsweek e la Jihad

"Losing Afghanistan: The Rise of Jihadistan" è la storia che appare sulla copertina dell'ultimo numero del Newsweek (2 ottobre), in tutto il mondo, Stati Uniti D'America esclusi.


Europa, Asia e Sud America, infatti, possono leggere l'interessante articolo che denuncia un'altra sconfitta dell'amministrazione Bush.


In Patria, invece, si preferisce puntare i riflettori su Annie Leibovitz, la fotografa delle celebrità.


In copertina non troviamo un combattente armato della "guerra santa" ma un felice quadretto familiare di una mamma in carriera ed i suoi tre figli.


Al Kamen, del Washington Post, analizza l'incapacità degli americani nel sapere affrontare la verità.

martedì 29 agosto 2006

Una luce inattesa. Viaggio in Afghanistan

Molti generali inglesi in queste settimane sembrano aver riscoperto la lezione di Kipling che raccontò del disastroso tentativo nell'800 di occupazione dell'Afghanistan.
Il famoso "Grande Gioco".

Prima di loro altri, passando per Tamerlano e finendo con Alessandro Magno.
Mai con esiti così disastrosi come negli ultimi due secoli.

Alla fine degli anni '70 l'intervento suicida dell'Unione Sovietica.
Infine gli USA /GB...

Consiglio la lettura di:
Una luce inattesa. Viaggio in Afghanistan
Jason Elliot

Un articolo di Marco Leofrigio dell'8 agosto:
Il Khyber Pass tornerà di nuovo a popolare gli incubi dei soldati di Sua Maestà? È quello che molti pensano in Gran Bretagna, ora che i britannici hanno assunto il comando della missione Isaf/Nato in Afghanistan, e che il contingente è salito a quota quattromila uomini. L’opinione pubblica teme la ricomparsa dei vecchi scheletri delle sconfitte subite durante l’era Vittoriana, inflitte dalle tribù delle impervie montagne centro-asiatiche nel corso delle precedenti guerre anglo-afgane (1839-42, 1878-1880). Anche a Maiwand, la provincia tra Kandahar ed Helmand, nel 1880 gli inglesi subirono una clamorosa disfatta. E ora questo distretto, che fa parte dell’area operativa delle forze britanniche, è una delle principali roccaforti dei Talebani, che si sono riorganizzati con formazioni da combattimento che hanno raggiunto la dimensione anche di colonne di duecento uomini e nelle scorse settimane sono passati all’offensiva conquistando, anche se per breve tempo, due villaggi nella zona di Kandahar. Gli studenti del Corano possono contare, inoltre, su solide retrovie che controllano le zone montuose del Pakistan, in particolare il Waziristan, che costituisce una base logistico-operativa indispensabile, così come lo erano per i Vietcong il Laos e la Cambogia durante il conflitto con gli Stati Uniti.

Da qualche tempo ai fedeli del Mullah Omar si è unito Gulbuddin Hekmatyar, uno degli ex-signori della guerra, prospettando una pericolosa alleanza tra elementi collegati ad al Qaeda e l’insurrezione afgana. Informazioni sulla nuova strategia dei guerriglieri provengono da uno dei comandanti del movimento, Gul Mohammed, che è stato recentemente intervistato da Asia Times Online. Mohammed venne arrestato nel 2001 ma rilasciato due anni dopo, approfittandone per riunirsi ai suoi vecchi commilitoni con oltre un migliaio di uomini. Nell’intervista ha delineato due cardini per la lotta in corso: uno militare e l’altro politico. ««Il movimento si è evoluto da guerriglia a ribellione diffusa con una base forte nel sud del paese e a nord di Kabul e il sentimento su cui fa leva è chiaramente l’ opposizione alla presenza di truppe straniere. Nella parte meridionale del paese le roccaforti sono attorno alle città di Kandahar, Qalat e Helmand e possiamo contare su stock di armi predisposte prima dell’attacco delle forze americane nel 2001». L’intensificazione della lotta risulta evidente analizzando il dato sugli attacchi kamikaze: appena cinque nel 2004, ben ventuno nel primo semestre 2006: maggio è stato il mese peggiore dal 2001 con oltre 400 persone uccise.

Ma oltre la recrudescenza dello scontro sul campo, quello che preoccupa in Occidente è la piega presa sotto l’aspetto politico. Autorevoli centri di studi strategici confermano i segnali di aumento di consenso del movimento talebano tra la popolazione afgana: fonti attendibili valutano che a Kandahar l’80% della popolazione li appoggi più o meno apertamente. La cosiddetta battaglia per i cuori e le menti si sta orientando a sfavore della coalizione occidentale, a causa di un mutamento di percezione tra la popolazione che minaccia i grandi sforzi compiuti sia da parte statunitense sia da parte Nato. Da par suo il governo di Kabul ritiene che Islamabad controlli alcuni dei gruppi di combattenti ma che non faccia nulla per bloccarli, a parte le azioni repressive di carattere propagandistico condotte nel Waziristan. In ogni caso è un fatto che nel 2004 molti soldati pakistani siano caduti in diverse imboscate dei talebani, nella parte meridionale di quella regione. Alcuni attenti osservatori della stampa inglese hanno rilevato che la modalità operativa di queste imboscate è simile a quelle subite dagli inglesi nelle precedenti guerre anglo-afgane. Ed a rendere sempre più incerto il clima vi sono notizie di aiuti in armamenti provenienti dall’Iran: lanciarazzi e mitragliatrici pesanti, secondo alcuni, transitano dalla regione iraniana del Belucistan, le cui tribù trafficano con l’oppio afgano. I talebani hanno dunque rafforzato gli attacchi nel sud, in un chiaro tentativo di indebolire l’autorità di Hamid Karzai, in occasione del trasferimento del controllo delle province meridionali dalla coalizione a guida Usa alla forza Isaf/Nato, avvenuto in via definitiva il 31 luglio scorso. Il vero obiettivo di questi attacchi è la protezione delle ricchissime coltivazioni di oppio, fiorenti in questi distretti meridionali. Proprio la mission principale degli inglesi è la lotta alla produzione dell’oppio afgano, che vede in questa zona una produzione pari al 20% del totale. È evidente che gli sforzi per consolidare l’esecutivo filo-occidentale, dovranno essere accompagnati anche dal soft power della coalizione, altrimenti anche l’Afghanistan potrebbe scivolare in un pericoloso e per nulla auspicabile scenario di tipo iracheno.