di Marco Travaglio
L’altroieri il sottoscritto, insieme ai colleghi Gomez, Lillo e Pappaianni, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver diffamato in un libro una giovane frequentarice di Palazzo Grazioli. Càpita, ai giornalisti. Almeno a quelli che usano la penna anziché la lingua. La signorina ha tutto il diritto di denunciare: se dimostrerà che abbiamo sbagliato, rimedieremo secondo la legge. La “notizia” è stata subito rilanciata dall’Ansa, di solito piuttosto avara d’informazioni sui processi per diffamazione ai giornalisti (specie a quelli dell’Ansa). Il sito del Corriere della sera l’ha subito piazzata in homepage fra le prime dieci: attendiamo con ansia dal sito del Corriere l’elenco completo dei processi per diffamazione al direttore e ai cronisti del Corriere. Il quotidiano Libero, che della diffamazione ha fatto una religione, sbatte la “notizia” in prima pagina, corredata da una vignetta che ritrae il sottoscritto dietro le sbarre e da un commento del solito poveretto con le mèches, che altrimenti non saprebbe cosa scrivere.





