domenica 19 febbraio 2012

Telekom Serbia, chi muoveva Igor Marini?





Telekom Serbia, la grana infinita
Perché nessuno indaga su chi muoveva Igor Marini
di Giorgio Meletti

Igor Marini è dipinto dai giudici, che gli hanno dato dieci anni di galera, come un bugiardo patologico e compulsivo. Dopo anni di indagini, l’unico talento professionale che gli viene riconosciuto è la lettura della mano. L’onorevole Clemente Mastella ha autorevolmente testimoniato di averlo visto predire una prossima gravidanza a una donna convinta di essere sterile. Cosa puntualmente accaduta, e sembra l’unica cosa vera che il sedicente conte sia riuscito a dire in anni di traversie giudiziarie.
Stiamo parlando del caso Telekom Serbia. Marini è l’uomo che si inventò l’accusa a uomini politici del calibro di Romano Prodi, Lamberto Dini e Piero
Fassino di aver incassato ricche tangenti sull’acquisto da parte di Telecom Italia del 30 per cento di Telekom Serbia.
Dalle sue accuse sono nate due inchieste giudiziarie e soprattutto una commissione parlamentare d’inchiesta le cui grottesche vicende sono sembrate a tratti un remake di “Imputato alzatevi!”, capolavoro comico di Erminio Macario (1939, regia di Mario Mattoli): indimenticabile il giorno del maggio 2003 in cui due deputati, due poliziotti e un magistrato vanno con il conte Marini in Svizzera a recuperare le prove della corruzione e vengono arrestati e interrogati dalla polizia elvetica che li accusa di “spionaggio economico”.
NELLE MOTIVAZIONI appena pubblicate della sentenza con cui il 10 novembre scorso Marini ha subito una pesante condanna per calunnia, il giudice Rosanna Ianniello si dichiara incredula di fronte al fatto che un simile personaggio abbia avuto tanto credito. Se non fosse bastata l’incredibile fantasia con cui accusava Romano Prodi di aver aperto un conto in Svizzera talmente segreto da chiamarlo “Mortadella” (forse per non dimenticarselo), a rendere insensate le 52 falsità fabbricate dal conte Marini era l’aritmetica: è stata fatta una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare se veramente su un’operazione costata a Telecom Italia 893 milioni di marchi tedeschi fossero state pagate tangenti per 893 milioni di dollari (il dollaro valeva più del marco, quindi la tangente sarebbe stata, contrariamente a ogni legge della fisica superiore al prezzo pagato).
Del resto lo stesso difensore di Marini ha implicitamente ammesso la follia di tutta la vicenda chiedendo l’assoluzione del conte grazie all’articolo 49 del codice penale, che esclude la punibilità del reato in caso di “inidoneità dell’azione”: significa che uno può calunniare il prossimo in modo così idiota, cioè palesemente insensato, da non essere neppure punibile.
IL FATTO È che i giudici hanno rigettato l’ipotesi della calunnia palesemente idiota. E come potevano del resto fare altrimenti, visto che sulle accuse di Marini e sui documenti falsi da lui sciorinati si è fatta anche una commissione parlamentare d’inchiesta e si è infiammata per anni la polemica sulla presunta corruzione di Romano Prodi, all’epoca presidente della Commissione europea?
E infatti il giudice Ianniello pone adesso un problema molto delicato. Due procure (Torino e Roma) e una commissione parlamentare d’inchiesta non hanno “fatto luce sulle ragioni per le quali una persona che, con le sue truffe e le piccole appropriazioni di denaro, aveva difficoltà a garantire a sè e alla moglie un’esistenza dignitosa e che era estranea ad ambienti istituzionali”, abbia combinato tutto quel pasticcio. “È parso evidente”, argomenta il giudice, “che il Marini non abbia agito da solo e che egli non sia l’artefice unico di questa grande menzogna ma solo l’interprete di una trama ordita da
altri (...) I mandanti del Marini sono però rimasti nell’ombra ”.
È curioso che adesso nessuno si preoccupi di cercare i mandanti, anche se tanta apparente distrazione va forse spiegata con il momento politico.
Marini è stato condannato a dieci anni per calunnia il 10 novembre, due giorni prima della caduta del governo Berlusconi. Cioè nel momento in cui tutte le energie e le attenzioni del mondo politico erano puntate sulla nascita del governo di larga coalizione presieduto da Mario Monti. Adesso forse avrebbe un senso, in astratto, che il centro-sinistra chiedesse una nuova commissione d’inchiesta per scoprire chi ha mosso Marini, chi ha organizzato un’operazione grazie alla quale l’allora maggioranza parlamentare di centro-destra ha potuto mettere sotto assedio l’opposizione di centro-sinistra con quotidiane nuove rivelazioni sulla corruzione di questo o quel leader.
In concreto però questo sembra non poter accadere. Riesploderebbe lo scontro tra Pd e Pdl, che fino a tre mesi fa non mancavano di scambiarsi quotidiane reciproche accuse di corruzione e malaffare. Sarebbe sconveniente riproporre uno scenario simile tra due partiti oggi uniti nel sostegno al governo.
Anche perché, secondo la tradizione della politica italiana, potrebbe anche cadere il governo. (Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2012)



TELEKOM SERBIA  IL «COLPO» GIORNALISTICO

Una sporca storia a cui nessuno vuole credere
Ha afferrato la notizia e, al contrario degli altri quotidiani, continua a scavare. 
Il direttore del «Giornale» spiega perché. E promette: «Questo è solo l'inizio». 

Solo al comando. Maurizio Belpietro, bresciano, 42 anni, dal 26 marzo è il direttore responsabile del «Giornale», dopo aver affiancato per tre anni Mario Cervi. In precedenza era stato alla guida del «Tempo».

Intervista di Cesare Lanza
Sembra pacato, bonario: invece adora toni forti e titoloni appuntiti. Maurizio Belpietro, direttore del Giornale, spara fendenti in prima pagina sul caso Telekom Serbia: notizie, retroscena, interviste a testimoni essenziali. «Per noi» dice «è uno scandalo di straordinaria gravità, anche se l'attenzione degli altri giornali è moderata. Forse perché investe personaggi cruciali di una certa stagione politica: il premier dell'epoca Romano Prodi, il ministro Lamberto Dini, Piero Fassino. E chissà chi altri... Siamo all'inizio».
Sarà un terremoto?
Mettiamoci dalla parte dei contribuenti: qualcuno ci spieghi perché una montagna di denaro pubblico sia stata impiegata per un'operazione piena di aspetti inquietanti. Perché la Telecom ha utilizzato una società straniera, perché destinare un mucchietto di miliardi a una intermediazione inconsistente? E i sospetti sul rientro in Italia di denaro in nero, forse per tangenti? Sullo sfondo, la domanda più devastante: perché dare tanti soldi a Slobodan Milosevic, dittatore di un regime contro il quale siamo entrati in guerra?
La campagna del «Giornale» (circa 7 mila copie di vendita in più, rispetto al trend normale) si inserisce in un momento aureo del quotidiano fondato 27 anni fa da Indro Montanelli.
Per la prima volta il bilancio si chiude con un utile netto, 3 miliardi e 40 milioni: vendite a 239 mila copie di media, pubblicità a 100 miliardi. E ci autofinanziamo sia per gli investimenti, come l'introduzione del colore, sia per ripianare le perdite pregresse.
Risultati impensabili, forse, nel dicembre '97, quando «la strana coppia» formata da Mario Cervi e da lei assunse la direzione. E da un paio di settimane lei è rimasto solo al timone.
Con Cervi, un vero galantuomo oltre che un grande giornalista, l'intesa è stata perfetta. Poi, in coincidenza del suo ottantesimo compleanno, Mario ha deciso di andare in pensione. Gli sono molto grato. E quando ha manifestato il desiderio di conservare un ufficio in redazione, l'ho invitato a restare nel suo studio, quello, storico, di Montanelli.
A proposito di Montanelli: come vive il contrasto con la sua dichiarazione di voto a favore del centrosinistra?

Con forte dispiacere. I rapporti personali sono ottimi: ci siamo visti a colazione un mese fa. Ho avvertito affetto e nostalgia per il Giornale, a cui Indro mi è sembrato legato assai più di quanto voglia apparire quando parla in tv.
E Silvio Berlusconi?
È molto addolorato, disponibile a ricucire il rapporto. Quanto a me, se servisse, metterei a disposizione la mia poltrona, se Montanelli volesse tornare.
Come fece Paolo Mieli, quando Indro rientrò al «Corriere».
Sì. Però il Giornale è la vera creatura di Montanelli.
Torniamo a lei: come sono i rapporti con i Berlusconi?
Con Paolo, l'editore, ci vediamo quasi ogni giorno. Col Cavaliere ci sentiamo una volta ogni tanto, che so, ogni una o due settimane.
Silvio Berlusconi è un grande suggeritore del «Giornale»?
No. Però la forte identità politica, la linea di centrodestra, è il nostro sangue. A volte con il Cavaliere ci sono state diversità di vedute. Altre volte, come per la campagna «la sinistra tiene famiglia» sui favoritismi a persone vicine al governo, è stato tempestato di telefonate di protesta per notizie di cui ovviamente non era al corrente.
Con Berlusconi al governo, il «Giornale» perderebbe la vis polemica?
Anzi: le nostre critiche saranno le uniche davvero credibili, quando criticheremo il governo. Non per pregiudizio, ma per passione verso una parte politica.
Che cosa invidia agli altri giornali?
Posso essere presuntuoso? Niente.
Apprezzamenti per qualche giornalista?
Stefano Folli, Aldo Cazzullo, Michele Anselmi.
Infine: girano voci sulla sua candidatura, postelettorale, ad altre posizioni.
Le voci sui giornalisti sono perfino meno attendibili di quelle sul calciomercato.

Panorama

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